La gratitudine è un sentimento d’amore, ed ha l’effetto di scaldarci il cuore e di aprire i nostri canali riceventi alla comprensione vera di tutto quello che ci viene incontro nella vita, come dono del mondo spirituale.
Sotto forma di flusso quotidiano degli eventi. Praticando la gratitudine ci accorgeremo che solamente quello che amiamo ci si rivelerà nel suo significato più profondo. E ognuna di queste rivelazioni ci riempirà di ulteriore gratitudine. Perché comprenderemo che tutto quello che ci viene incontro lo fa solo per renderci più ricchi interiormente.
Gratitudine per le gioie e per i dolori che ci spingono a capire, ad amare, ad agire con amore e per amore… Se siamo troppo critici in relazione a tutto quello che ci viene incontro non possiamo comprendere la ricchezza e le opportunità che si celano dietro a certe persone e certi eventi. Essere ipercritici produrrà in noi una contrazione della gratitudine che non ci farà capire e non ci farà crescere interiormente.
L’indifferenza è un’altra terribile contrazione della gratitudine, che nasconde l’oro che ci viene incontro nel flusso della vita, e impedisce di immergersi nel suo senso positivo.
Non possiamo non essere grati a tutto quello che ci è venuto incontro nella vita, perché siamo diventati ciò che siamo solo grazie a tutta la passata serie di eventi e di esperienze non casuali, predisposte proprio per noi, per farci crescere.
La gratitudine fa nascere l’amore, e quando l’amore è nato dalla gratitudine per la vita, apre il cuore a poteri spirituali che permeano tutta l’esistenza. Cominciamo ad acquisire una “vista” nuova, ed una superiore sensibilità.
Con la gratitudine ci colleghiamo al perché profondo delle cose e degli eventi, e non alle loro apparenze, e quindi ci connettiamo direttamente al mondo spirituale, che crea per noi cose ed eventi.
L’idea che il destino si svolga in modo comunque positivo per noi non parte dalla mente, che è legata ai sensi, ma dal cuore e dal sentimento di gratitudine, che sono connessi ai mondi dello spirito.
Ed è proprio grazie alla gratitudine che ci sorge dentro la convinzione ed il presentimento che il nostro destino si svolga comunque in una direzione positiva.
Quando abbiamo intuito l’esistenza di questo destino in positiva evoluzione, avendo sperimentato gratitudine e amore, cominciamo a sentire il potere degli eventi che ci hanno fatto quello che siamo.
E allora saremo grati a tutto il nostro passato, vivremo con positiva e fattiva attenzione il presente e aspetteremo il futuro con calma e fiducia.
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Nota: questi pensieri sulla gratitudine sono in parte liberamente estratti dalle comunicazioni di Rudolf Steiner
Ognuno di noi possiede una vibrazione, che costituisce l’impronta della propria salute e del proprio benessere. La fisica quantistica ha dimostrato che ogni cosa possiede una vibrazione e che dove c’è suono c’è vibrazione. Anche noi funzioniamo come uno strumento musicale, che con l’uso rischia di scordarsi, così come il corpo può perdere la sua armonia vibrazionale. La frequenza vibrazionale è ciò che siamo: corpo, mente e spirito. Il corpo umano ha una frequenza vibrazionale in salute di 68 Mhz. Più è alta la frequenza in cui viviamo, più siamo consapevoli, aumenterà la nostra chiaroveggenza, la capacità di intuizione, la telepatia e la psiche; al contrario più si abbassa più ci si allontana dal benessere: i pensieri negativi abbassano la frequenza di 10 Mhz; quelli positivi alzano la frequenza di 10 Mhz, preghiere e meditazione la alzano di 15 Mhz.
Sono la pausa fra due suoni che solo a fatica trovano l’accordo, perché il suono morte è dominante – Ma nel buio intervallo si incontrano nella stessa vibrazione. E il canto resta bello. (Rainer Maria Rilke)
Tuttavia, il suono e la vibrazione possono essere utilizzati per risintonizzare se stessi sulla salute. E una delle modalità più potenti per raggiungere questo scopo è l’uso delle campane tibetane, che battute riescono a rilassare il corpo fino a livello cellulare cosicché il flusso energetico ricomincia a scorrere consentendo l’allineamento vibrazionale con la salute. Per esempio, possono aiutarci ad aumentare la frequenza energetica cancellando le frequenze più basse date da emozioni come paura, rabbia e risentimento, di fronte alle quali possiamo anche semplicemente cantare Om, da cui i popoli himalayani credono il mondo sia nato per liberare l’energia. Il suono delle campane tibetane è rilassante e questi strumenti sono spesso usati in associazione alla meditazione poiché producono un senso di serenità e di pace ascetica.
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“Se vogliamo costruire la pace nel mondo, costruiamola in primo luogo dentro di noi” (Dalai Lama)
La storia delle campane tibetane
La storia delle campane tibetane ha origini antichissime e ci aiuta a ricostruirla Paola Peruffo, suonatrice di campane tibetane, che abbina anche alla riflessologia plantare.
“È interessante avere qualche nozione dell’origine di questi oggetti sacri di guarigione. Le antiche ciotole tibetane erano diffuse in Tibet ancora prima dell’avvento del buddismo indiano e le tracce del loro utilizzo risalgono all’epoca dei monaci tibetani Bonpo (la classe più elevata dei monaci Bon) considerati veri e propri sciamani, che ne conoscevano il valore e le usavano sul corpo che presentava malattie “non visibili” come strumento di guarigione spirituale In India invece venivano utilizzate per riequilibrare i centri energetici attraverso la meditazione. In seguito, con la nascita del buddismo le due filosofie di guarigione si unirono dando vita ad un modo comune di percepire e utilizzare questi strumenti per armonizzare corpo e mente.”
La meditazione è proprio l’arte della consapevolezza senza sforzo. La capacità di rimanere calmi e distaccati qualunque cosa succeda intorno. (Osho)
Un’altra tradizione riconduce l’uso delle ciotole tibetane, oltre che alla meditazione, a funzioni più ordinarie. Continua Paola Peruffo: “Ma altre fonti indicano che le prime attestazioni relative alle ciotole tibetane risalgano al 2000 a.C. nelle zone montuose dell’Himalaya (Tibet, Mongolia, Nepal, Cina, India del Nord). Le ciotole erano integrate nella vita quotidiana, erano usate per raccogliere offerte, per meditare, erano perfette per cucinare poiché durante la cottura venivano rilasciate le proprietà dei metalli, preziosi per la dieta povera di minerali delle popolazioni di montagna In Nepal le partorienti mangiavano nelle ciotole per ripristinare la mancanza di minerali. Venivano usate nelle cerimonie e per ripulire l’atmosfera dalle energie negative e dai blocchi emozionali. Nella tradizione si parla di Maestri del suono tibetani che usavano le campane nei loro rituali segreti, viaggiando con lo spirito fuori dal corpo grazie al potere del suono e degli sciamani Nefari che le utilizzavano durante le cerimonie del fuoco”.
Ci sono i dettagli per l’estate in Tibet c’è la morte di tuo padre un’esplosione interstellare c’è il cielo azzurro immenso dopo il temporale, dopo il temporale (Le luci della centrale elettrica, “Chakra”)
immagine da Wikipedia. Il simbolo dell’Oṃ, il più sacro mantra induista. Questo simbolo ॐ deriva dall’unione di due caratteri della devanāgarī: ऊ (‘au’) + ँ (‘m’ nasale) riportati in corsivo. Risultando la devanāgarī una scrittura non precedente all’VIII secolo d.C., questo simbolo è di gran lunga posteriore alla sillaba Oṃ, presente in testi anteriori almeno al VI secolo a.C.
La Cosmogonia himalayana è lontana da quella occidentale. Secondo essa, il cosmo nasce dalla vibrazione sonora dell’Om. Peruffo ci racconta la creazione del mondo, secondo questa visione: “Secondo la tradizione cosmogonia dei popoli Himalayani il mondo è nato dall’Om. Nello spazio originario si produsse una vibrazione che si trasformò poi nel suono primordiale dell’Universo. Da lì nacquero i 4 elementi: fuoco, aria, terra, acqua che costituiscono il nostro pianeta”.
Foto di Enrique Meseguer da Pixabay
“Le campane riprodurrebbero questo suono originario, portando l’individuo a ricongiungersi con l’inizio del tempo e delle cose, collegandolo e armonizzandolo con il cosmo eliminando così le dissonanze energetiche che causano una rottura del legame tra uomo e universo, rottura che causa disequilibrio nell’anima e malattia nel corpo”.
La materia delle campane tibetane
Lo scopo di ritornare al suono originario è, infatti, lo stesso: “Nella loro composizione c’è l’essenza stessa dell’intento: armonizzare l’uomo con il Cosmo. Già anticamente veniva dato valore al corpo come l’insieme tra microcosmo e macrocosmo. Le autentiche campane tibetane erano e sono forgiate con una lega di sette metalli, connessi a livello vibrazionale e simbolico ai sette pianeti del sistema solare:
Oro per il Sole Argento per la Luna Mercurio per Mercurio Rame per Venere Ferro per Marte Stagno per Giove Piombo per Saturno.
La loro composizione, il colore, il peso, lo spessore e la grandezza, essendo create a mano a una a una, creano suoni, frequenze e vibrazioni differenti l’una dall’altra. Più grande è la campana e più il suono e la vibrazione saranno profondi, vicini alla terra e viceversa, più la campana è piccola e più il suono e la vibrazione saranno alti e acuti. Si suonano con battacchi (o battenti) di legno, diventando preziosi strumenti musicali. Possono favorire il rilassamento e la concentrazione guidando la mente verso stati meditativi.
Naturalmente oltre alle campane realizzate a mano si trovano in commercio anche campane “stampate” cioè che non sono fatte a mano e che sono inevitabilmente tutte uguali a livello di suono e di vibrazione a seconda della loro grandezza.
Per gentile concessione di Paola Peruffo
Quando la campana tocca e fa vibrare il nostro corpo, la sensazione è ancora più speciale di quando la sentiamo suonare. A livello vibrazionale, infatti, la suonatrice di campane tibetane spiega avviene una sintonizzazione di corpo, mente e spirito: “Secondo lamedicina tradizionale cinese ogni malattia nasce da una disarmonia fra corpo, mente e spirito. Il corpo umano è pervaso da onde di energia che si propagano tra gli organi e che fanno vibrare l’organismo come uno strumento musicale. Se le frequenze delle vibrazioni si distorcono in alcune regioni corporee a causa di disturbi psico-fisici, si creano dei blocchi, dei nodi energetici e il fluire dell’energia viene modificato e compromesso. Il suono e la vibrazione delle campane possono riportare in armonia l’organismo stimolando un processo di autoguarigione”.
E, dunque il ritorno in salute: “Quando il corpo ritrova le proprie frequenze armoniose, ritrova la salute e il benessere. Le campane tibetane trasmettono suoni in armonia e trasmettono vibrazioni a chi le suona e a chi le ascolta sintonizzando positivamente l’organismo squilibrato. Il corpo umano è composto da una grandissima percentuale d’acqua che ha la meravigliosa caratteristica di entrare istantaneamente in risonanza e di reagire fino a livello cellulare a qualsiasi forma di vibrazione. Questo è uno dei motivi per cui l’uomo è fortemente influenzato dalle frequenze delle vibrazioni (basti pensare a un brano musicale che ci porta benessere) o è influenzato da rumori violenti come esplosioni che invece creano in noi uno stato di allarme, di paura. Quando le frequenze del nostro corpo sono in disequilibrio, se non ce ne prendiamo cura a lungo andare rischiamo di ammalarci. Le vibrazioni sonore armoniche entrando in risonanza con le vibrazioni in disequilibrio del nostro sistema hanno la capacità di riarmonizzare le nostre cellule riportando il corpo in uno stato di salute con estrema gentilezza.
La vibrazione è ciò che rende possibile l’esistenza di ogni cosa. Tutto quello che esiste è in uno stato di vibrazione, che è la fonte dell’energia. (Masaru Emoto)
Per il modo di vita e cultura occidentale, sempre di corsa, sempre distratto, sempre superficiale, può non essere automatico l’avvicinamento alle campane perché incapaci di andare oltre alla soglia della curiosità, sebbene sia attirato dalla cultura orientale. Suonare le campane, avvicinarsi al loro suono è prendersi cura di sé, significa creare quel vuoto mentale che aiuta a lasciar fluire i pensieri, le emozioni e che ci permette di ascoltare il proprio cuore e a lasciar andare le preoccupazioni, le tensioni. Certo è un “lavoro” che dobbiamo fare su noi stessi, è una questione di disciplina personale. Ma le campane ci aiutano, ci possono accompagnare con grazia in questo percorso.
Residui di carovane in viaggio orde dirette a inseguire il sole… Occidente Occidente Alla guerra alla gloria alla storia.. Luogo da cui non giunge suono Luogo perduto ormai… Ahi ahi ahi ahi ahi… (Giovanni Lindo Ferretti, “Occidente”)
Ogni persona possiede una propria vibrazione, come confermano Peruffo e la fisica quantistica: “Ormai è chiaro e assodato che noi siamo vibrazione, siamo fluidi in un mondo fluido dove tutto è movimento anche quando sembra statico come, ad esempio, nel caso dei cristalli o dei minerali in continuo movimento. Le nostre cellule emettono suoni, frequenze e radiazioni che comunicano tra di loro costantemente e che comunicano con il mondo a noi circostante. Dagli studi sulla fisica quantistica è emerso che tutti gli organi del corpo e ogni singola cellula emettono una particolare frequenza. Inoltre, tutte le cellule comunicano tra di loro come una enorme rete interna. Il nostro corpo umano è quindi costituito da miliardi di esseri viventi cellulari che comunicano tra di loro emettendo una particolare e melodica sinfonia. Ma quando una sola cellula è in disarmonia questa melodia diventa cacofonica e porta squilibrio a tutti i processi metabolici, al corpo, alla mente e allo spirito. Il suono delle campane tibetane e la loro frequenza armonica permette di ripristinare l’equilibrio e l’armonia delle nostre cellule e della nostra mente”.
Dunque, qualora il corpo si scordasse per una malattia o un malessere, le campane tibetane possono essere usate per risintonizzarci, riportando l’armonia vibrazionale. Infatti, continua Paola Peruffo: “La musica, il suono, la frequenza hanno un potere magico su di noi e possono portare coerenza e avere un effetto positivo sul corpo inducendo un atto di omeostasi e quindi di autoguarigione. Come dicevo prima, la malattia può essere considerata come una interruzione o deviazione del flusso di energia. Mi piace tanto pensare che noi possiamo paragonarci a uno strumento musicale che ogni tanto, o anche spesso, deve essere riaccordato. Quando entriamo in contatto con una frequenza armonica come può essere quella delle campane tibetane, la nostra frequenza disarmonica entra in risonanza con quella armonica e tutto viene riequilibrato. L’armonia è più forte della disarmonia.“
Foto di magicbowls da Pixabay
Paola Peruffo ci spiega nel dettaglio come funzionano queste cure sonore: “I loro suoni producono un profondo stato di quiete e benessere interiore e sono in grado di riequilibrare gli emisferi cerebrali e rivitalizzare le energie corporee fino, come dicevo poco fa, a livello cellulare. Lavorare con il suono è una chiave per connetterci con l’energia dell’Universo. Il primo beneficio che si ha è il recupero della capacità di ascolto, di un suono esterno, del proprio respiro, del proprio cuore. Il bagno sonoro o trattamento sul corpo aiuta la meditazione. Porta a un rilassamento profondo, aiuta la chiarezza mentale, aiuta a risolvere problemi di ansia e nervosismo, aiuta la concentrazione, riduce lo stress, porta benefici in gravidanza, libera da traumi emotivi, energizza l’organismo, ristabilisce l’equilibrio sonno-veglia, e non ultimo, stimola il sistema immunitario. Suonare una campana tibetana è un percorso interiore, è ristabilire il contatto con il Tutto, è accordare il proprio battito con il ritmo della terra, è creare quel vuoto mentale, quel silenzio che permette di ascoltare il proprio cuore, che permette anche di accorgersi di parti del corpo che non sapevamo riconoscere.
Per gentile concessione di Paola Peruffo
Peruffo nelle sue sedute combina le campane tibetane con la riflessologia plantare. “A dire il vero mi è venuto naturale integrare queste due tecniche. La riflessologia agisce sulle zone riflesse del corpo ma lavora anche nella parte energetica ed emozionale; aggiungendo le campane tibetane è come se suono e vibrazione oltrepassassero in maniera inaspettata e naturale i confini della mente razionale che trattiene, che impedisce il fluire armonico e in questo modo vengono contattate le emozioni, magari quelle nascoste che sono lì, in attesa, pronte ad uscire finalmente alla superficie per essere liberate. Allora magari scaturisce una risata, una lacrima, un riconoscimento del dolore che ci portiamo dentro e che non abbiamo avuto il coraggio di esternare. Eh si, accadono miracoli, piccoli piccoli ma da osservatrice come sono è meraviglioso vedere la trasformazione della persona per quanto piccola e delicata possa essere.
I nostri primi maestri di filosofia sono i nostri piedi, le nostre mani, i nostri occhi. (Jean-Jacques Rousseau, “Emilio o dell’educazione”)
Come imparare a suonare le campane tibetane
Peruffo spiega: “Ci sono differenti percorsi e scuole per avvicinarsi, conoscere, imparare questa tecnica che non è solo tecnica ma anche un modo di pensare, di ascoltare e di vivere. E poi bisogna praticare, praticare e praticare prima di tutto su di sé. Bisogna ascoltare, diventare quell’oggetto che abbiamo tra le mani e che stiamo suonando, bisogna cantare i mantra insieme a lei, bisogna percepire i piccoli cambiamenti del suono a seconda del nostro stato emozionale. È un mondo meraviglioso e noi siamo parte di questo”.
In commercio, ci sono diverse campane tibetane per lo più di piccole dimensioni. Per scegliere quale acquistare, bisogna ricordare che campane diverse corrispondono a Chakra diversi e producono note diverse sulla scala musicale, quindi, chi desidera la campana adatta a un particolare tipo di terapia, deve saperla scegliere seguendo i consigli di un esperto. Per esempio, se volete accrescere la compassione, potete usare la campana Fa in meditazione per aprire il chakra del cuore; per la guarigione invece nel chakra del cuore bisogna acquistare la campana Re. Il modo migliore per acquistare una campana consiste nel suonarne diverse, fino a trovare quella giusta: la campana vi parlerà e saprete che è quella che vi serve quindi non scegliete una campana dall’aspetto, bensì basatevi sull’effetto che il suono esercita su di voi.
Con quelle piccole che si trovano in commercio si possono ottenere gli stessi benefici in modo “fai da te”? Peruffo raccomanda di chiedere consigli a un esperto di campane tibetane perché: “ci sono campane e campane ma se si ha la possibilità di conoscere una persona che può dare indicazioni o frequentare un corso, assolutamente si! Anche solo tenere tra le mani la propria campana che abbiamo scelto con cura e suonarla anche solo con un rintocco, ascoltarle, entrare nel “vuoto” della mente, si crea una magia, una pulizia energetica nostra ma anche della nostra casa. Possiamo anche caricare l’acqua e innaffiare le nostre piante., i miei mici adorano bere l’acqua dalle campane e la preferiscono a quella del rubinetto”.
Dentro alcune campane possiamo persino entrare all’interno. C’è un rito mistico da seguire? Ce lo racconti?
“A mio avviso non non c’è nessun rito mistico anche se poi ci sono delle “pulizie” energetiche che si fanno in questo modo e che pure io utilizzo, ma niente di “mistico”. Io amo, quando è possibile, iniziare il trattamento che sia di riflessologia o armonico facendo mettere la persona in piedi dentro la campana grande e suonandola perché è come risvegliare e riattivare l’energia, la vitalità delle cellule. È un’esperienza bellissima, e ogni persona la vive in maniera differente: chi più fisica, chi più in connessione con la parte spirituale, chi fa dei viaggi in altre dimensioni e chi non riesce a mollare la mente perché a livello inconscio deve controllare tutto ciò che sta succedendo. Sicuramente vengono amplificati i sensi, ci si sente circondati, immersi nel suono, dal punto di vista fisico dalla parte più profonda che sono i nostri piedi fino alla cima della nostra testa. Ovviamente – IMPORTATISSIMO DA DIRE – è che naturalmente questa tecnica, come del resto anche la riflessologia plantare non sostituisce in alcuna misura le cure mediche, va invece ad integrarle in modo delicato e gentile”.
Tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo sentito parlare di esseri semi-divini che interagirebbero con gli uomini sin dalla notte dei tempi e che vengono comunemente chiamati angeli.
Un sigillo di Lugal-ushumgal come servitore di Naram-Sin, forse raffigurante Ninshubur, l’archetipo sukkal, che porta un bastone, l’attributo di questa classe di divinità.
Queste figure, tuttavia, non sono esclusive delle tre religioni sorelle (ebraismo, cristianesimo e islam) ma appaiono, seppur in modo diverso, anche in testi molto più antichi.
La parola angelo deriva dal latino angelus, a sua volta derivante dal greco ἄγγελος (traslitterazione: ággelos; pronuncia: ánghelos), traduzione dell’ebraico מלאך, mal’akh che letteralmente vuol dire “messaggero”, “servitore”, “messo”.
Il termine indicherebbe dunque qualcuno che svolge il compito di messaggero ed è proprio in tal senso che ritroviamo gli “angeli” nei testi più antichi. Ora, inizieremo un breve riepilogo di come la figura degli angeli è mutata col passare dei secoli, dai messaggeri divini nella cultura ellenica sino ad arrivare agli angeli custodi dei nostri tempi, tema che affronteremo approfonditamente con una scrittrice che ha largamente trattato l’argomento. Iniziamo.
Le prime figure accostabili agli angeli le troviamo addirittura nei testi mesopotamici. Sono i cosiddetti sukkal, messaggeri personali delle diverse divinità, come ad esempio Mummu che viene definito il sukkal della dea Inanna.
Nella cultura ellenica troviamo gli stessi esseri facenti funzioni di messaggeri per gli dèi, il più famoso tra loro è ovviamente Hermes, sebbene non sia l’unico. Filone di Alessandria, teologo e filosofo vissuto tra il 20 a.c. e il 50 d.c. identifica gli: ánghelos greci con i mal’akh della tradizione ebraica portandoci numerose analogie tra le due figure.
Anche i mal’akh dell’antico testamento sono descritti come messaggeri degli elohim, sebbene talvolta presentino tratti abbastanza peculiari rispetto agli angeli che tutti noi abbiamo in mente.
In Ezechiele 10 i cherubini (una delle classi angeliche) vengono difatti descritti più come delle macchine che non degli esseri spirituali:
9 Guardai ancora ed ecco che al fianco dei cherubini vi erano quattro ruote, una ruota al fianco di ciascun cherubino. Quelle ruote avevano l’aspetto del topazio. 10 Sembrava che tutte e quattro fossero di una medesima forma, come se una ruota fosse in mezzo all’altra. 11 Muovendosi, potevano andare nelle quattro direzioni senza voltarsi, perché si muovevano verso il lato dove era rivolta la testa, senza voltarsi durante il movimento. E ancora:
16 Quando i cherubini si muovevano, anche le ruote avanzavano al loro fianco: quando i cherubini spiegavano le ali per sollevarsi da terra, le ruote non si allontanavano dal loro fianco; 17 quando si fermavano, anche le ruote si fermavano; quando si alzavano, anche le ruote si alzavano con loro perché lo spirito di quegli esseri era in loro.
Al di là delle innumerevoli ipotesi teologiche, questo passo ci descrive chiaramente dei mezzi meccanici in grado sia di volare, sia di muoversi sul terreno.
Discorso totalmente diverso va fatto per i serafini.
Dio accompagnato da due Serafini (dal manoscritto Petites Heures de Jean de Berry, XIV sec.) wikipedia
Questi sono presenti principalmente nel libro di Isaia e sono descritti come esseri che stanno sotto il trono di Dio e ciascuno di essi ha sei ali, quattro utilizzate per coprirsi il corpo e le restanti due per volare.
Ma i testi ebraici ci parlano continuamente di angeli generici e questi ultimi, indicati col termina mal’akh o malachim (plurale), hanno caratteristiche ben poco spirituali.
Gli angeli appaiono in forma umana, senza volare né possedere alcun potere particolare sebbene siano sempre indicati nella funzione di messaggeri degli elohim.
Durante le vicende di Sodoma e Gomorra, che abbiamo largamente trattato in questo giornale, Lot sarà visitato proprio da due angeli, i quali tra l’altro rischieranno di essere fatti a pezzi dalla folla inferocita della città.
Questa e altre vicende pongono gli angeli biblici in una posizione subalterna rispetto agli elohim e comunque sempre sul piano fisico e mai sovrannaturale.
Basti pensare in tal senso alla lotta fisica tra Giacobbe, che poi diverrà Israele, e un angelo di Dio; o ancora come ci viene detto nella Prima Lettera ai Corinzi, di come le donne alle assemblee debbano coprirsi i capelli a “motivo degli angeli” e non per rispetto a Dio, passo che alcuni traducono come una cautela per non eccitare sessualmente gli angeli stessi.
Sotto questo punto di vista citiamo un ulteriore passo biblico presente in Genesi 6: “…i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e presero per mogli quelle che si scelsero fra tutte”.
Secondo alcune interpretazioni, i figli di Dio qui citati sarebbero proprio gli angeli, i quali si accoppiarono con gli uomini generando poi la stirpe dei nephilim.
Questa dissonanza tra le varie tipologie di angeli biblici non è da ritenersi strana o insensata, giacché bisogna considerare che ciascuna di queste figure è, almeno nei testi ebraici, una categoria a sé stante e non facente parte di un insieme più ampio e omogeneo di essere spirituali che noi oggi siamo abituati a definire arbitrariamente angeli.
Questi ultimi vengono definitivamente fatti ascendere al mondo spirituale e metafisico soltanto con l’espansione del cristianesimo prima e dell’islam poi, ponendoli come figure sacre al servizio dell’unico vero Dio.
Nel corso dei secoli gli angeli, in particolare sotto il cristianesimo, hanno assunto sempre più la funzione di essere divini o semi-divini, discostandosi totalmente dall’originaria divisione ebraica.
Le fila angeliche si sono arricchite e ampliate a dismisura, inglobando nuove e peculiari figure o schiere angeliche che, seppure a volte di origine biblica, non ne condividono più le descrizioni o le funzioni originarie.
In tal senso troviamo, ad esempio, i cosiddetti angeli custodi.
Ne parliamo ora con la scrittrice Surabhi E. Guastalla (surabhi-energy.it) da me intervistata:
– Salve Surabhi, lei ha scritto un libro, “Amico Angelo”, in cui ha trattato il tema degli angeli custodi. Cosa l’ha spinta a scrivere di questo argomento?
Surabhi: Volevo far risentire la mia voce sugli Angeli dopo tanto tempo. Me ne ero occupata per la prima volta nel lontano 1996, quando è uscito il mio libro “L’Angelo Custode”, De Vecchi Editore. Quel libro viene edito ancora oggi e ha girato tutto il mondo, ma desideravo tornare sull’argomento e approfondirlo.
– Gli angeli, come già detto, sono presenti in varie culture e spesso sono molto diversi gli uni dagli altri. Lei come si è orientata in mezzo alle varie tradizioni?
Surabhi: Principalmente seguo la tradizione delle Gerarchie Angeliche, che a loro volta discendono dalla Kabbalah e da altri libri sacri.
– Si può credere agli angeli senza necessariamente avvicinarsi ad una delle 3 religioni sorelle o i due credi sono intrinsecamente uniti?
Surabhi: Gli Angeli, anche se ci serviamo della tradizione per ottenere un “supporto” informativo, sono sganciati dalle religioni, proprio perché sono presenti in tutte le religioni, anche le più antiche, pur sotto diversi nomi. Troviamo sempre delle creature benefiche con le ali, che ci indicano la via o ci danno consigli.
Nel tempo, e soprattutto nei periodi più recenti, sono arrivate informazioni che hanno cambiato la visione originaria, forse più sincretica o forse semplicemente distorta dalle svariate traduzioni, interpretazioni e posizioni filosofiche successive. Gli Angeli ai quali ci rivolgiamo oggi sono quelle antiche Creature benefiche che ci aiutano a camminare meglio nella vita quotidiana. Un’energia semplice e diretta, senza eccessive sovrastrutture.
– Molta gente non crede negli angeli. Perché questi esseri dovrebbero essere più veri degli gnomi, le fate o i troll?
Surabhi: Perché anche le fate, gli gnomi o i Deva sono creature angeliche, tanto che sono definiti anche Angeli della natura e Elementali. E sono in grado di far sentire la loro presenza, esattamente come i loro fratelli maggiori.
– La figura di Lucifero o Satana, come principe degli angeli ribelli, è reale o è solo un mito da contrapporre alla figura di Dio?
Surabhi: Come sappiamo, i miti affondano sempre le loro radici in qualcosa di concreto. Le energie, tutti i tipi di energia, hanno bisogno del bilanciamento: in contrapposizione alla Luce si trova il buio. È così in tutte le cose.
– Le azioni degli angeli custodi, in particolare il loro aiuto o protezione, avviene indipendentemente dal fatto che ci crediamo o meno, oppure per ampliarne gli effetti bisognerebbe credere, meditare e praticare qualche rito?
Surabhi: Beh, crederci aiuta… e anche cercare un collegamento con la loro energia. Perché altrimenti rischiamo che certe esperienze “ci scivolino addosso” senza consapevolezza e senza crescita (e questa è la ragione per cui gli Angeli cercano di interagire con noi).
A volte si rivelano attraverso le protezioni dagli incidenti, o con dei segnali molto forti, ma dobbiamo ricordare che non possono intervenire più di tanto, perché altrimenti entrerebbero in conflitto con il nostro libero arbitrio. Quindi, quando si rivelano, si tratta di casi speciali, e sono sempre collegati col tentativo di farci aprire gli occhi, o di farci divenire consapevoli che oltre la vita terrena c’è dell’altro.
In quanto ai riti, non si tratta di compiere veri e propri riti, ma semplicemente di mantenere il cuore, le orecchie e la vista aperti, cercando un segnale di collegamento, il che è molto più semplice da ottenere di quello che si pensa. Basta iniziare un dialogo e ci accorgeremo che Loro troveranno il modo per risponderci. (Immagine di copertina – Ria Sopala)