sabato 31 ottobre 2020

IL RANCORE



rancore

Portare rancore. Un proverbio buddista lo definisce come tenere carboni ardenti nelle proprie mani. Viene dal latino “rancido”, sta a significare portare dentro di sè qualcosa di marcio.

Il rancore arriva quando trasformiamo il dolore per una ferita che per sua natura guarirebbe in una sofferenza costante. Arriva se indossiamo gli abiti della vittima e non siamo disposti a riconciliarci.

Il rancore esclude, crea tensione, chiude il cuore, fa ammalare. Se serbiamo rancore probabilmente non vogliamo assumerci qualche responsabilità, e abbiamo agito in ritardo rispetto a qualcosa che ci stava accadendo.

Riconciliamoci con le ferite, guardandolo, facciamo un passo indietro rispetto al passato con un inchino, accogliendolo come maestro di vita, voltiamoci ora verso il futuro sollevando il capo, rivolti a quel mistero leggero che la vita ci offre quando siamo liberi dai pesi.

Daniele Ronchi 


http://divinetools-raja.blogspot.it/2013/08/il-rancore.html 

 

venerdì 30 ottobre 2020

Come uscire dall'angolo della vittima!

Sono abitata da un grido. Di notte esce svolazzando in cerca, con i suoi uncini, di qualcosa da amare.  Mi terrorizza questa cosa scura che dorme in me; tutto il giorno ne sento il tacito rivoltarsi piumato, la malignità.

 
 di Roberta Giommi. Esiste un luogo dove non dovremmo mai desiderare di abitare ed è “l’angolo della vittima”. Con questa immagine indichiamo simbolicamente un modo di affrontare i problemi che impedisce di trovare risorse e spinge, al contrario, a ritenere che la propria storia di amore, la propria vita amicale, affettiva, i propri successi o insuccessi lavorativi, sociali, siano legati a cosa fanno gli altri di giusto o sbagliato verso di noi o con noi. Questo atteggiamento, di cui possiamo essere consapevoli o inconsapevoli, è pericoloso, perché fa diventare passivi e in attesa del comportamento delle persone che abbiamo scelto come possibili artefici della nostra felicità. Per esempio siete amate da tre persone anche interessanti ma ritenete che dovrebbe amarvi l’unica che non vi sceglie. A scuola avete pensato che se l’insegnante fosse stata gentile con voi avreste avuto altri risultati; nell’ambito del lavoro credete che se foste state considerate giustamente il vostro successo sarebbe stato garantito; nelle amicizie ritenete che sia più stimata un'altra amica e non voi che lo meritereste di più. Tutte queste situazioni sono esempi di come si può, spesso senza saperlo, abitare nell’angolo della vittima, dove la rabbia o la malinconia, rendono difficili i pensieri intelligenti. Se è così che pensiamo è molto utile riflettere sul perché. Siamo convinti/e che la vita dovrebbe risarcirci per la nostra storia familiare che ha contenuto ingiustizie e lutti o siamo nell’atteggiamento del figlio/figlia a cui tutto è dovuto. Il cambiamento che possiamo produrre è imparare a combattere per le cose amate o desiderate, per guadagnare una posizione negli affetti, nell’amore, nel lavoro. Nella scelta di combattere va sempre tenuto presente il “principio realistico” che valuta saggiamente risorse, limiti e integrazioni possibili. Partiamo da un evento che oggi riguarda tante persone giovani: i conflitti di coppia e la rottura dei rapporti di convivenza e matrimonio, con la presenza di figli. Oggi è molto diffusa una tecnica che è guidata da un esperto mediatore che porta a far emergere le risorse per risolvere i problemi, ma si può imparare ad essere mediatori dilettanti che usano delle regole per non cadere in conflitti non risolvibili. Nella mediazione di separazione e divorzio per esempio, questa tecnica viene rivolta agli ex partner per aiutarli nella ricerca di soluzioni intelligenti per uscire dalla separazione senza subire troppi danni e ottenendo una giusta relazione con i figli e una possibile equità economica. Si lavora insieme per aiutare i partner a fare emergere idee e proposte capaci di determinare un accordo gestito e non delegato agli altri. Nelle realtà di lavoro, si interviene perché il gruppo nel suo insieme, le singole relazioni, conquistino una competenza a rispettare la differenza e costruire relazioni positive e ad accordarsi per turni e modalità relazionali. Quando abbiamo delegato la positività della nostra vita agli altri, siamo inchiodati nell’attesa e nella delusione. Per cambiare partiamo dal metterci al centro della nostra vita, valutiamo i nostri pregiudizi, i pensieri che ci paralizzano, le nostre pigrizie e i nostri difetti e cerchiamo di fare emergere cosa faremmo da soli, di diverso da quello che stiamo facendo. Lasciare l’angolo della vittima vuol dire smettere di pensare che la fortuna e il caso ci renderanno felici e che se fossimo capiti di più, la nostra vita sarebbe giustamente bella. Bene partiamo dal principio realistico: cosa vogliamo e possiamo fare per raggiungere i nostri obiettivi. Impariamo a prendere piccole decisioni autonome, anche su sciocchezze come orari, giornali da acquistare, spesa al supermercato. Consideriamo con pazienza i nostri atteggiamenti rispetto alle difficoltà e pensiamo al conflitto in modo dinamico, impariamo ad essere leali nei conflitti, a renderli aperti: chiediamo con chiarezza cosa vogliamo o esponiamo senza litigare il nostro punto di vista. Le frasi “se tu mi capissi, se mi ascoltassi, se tu fossi meno egoista, se mi volessi bene, ecc.” sono frasi da cancellare, perché mettono noi dalla parte della ragione e l’altro dalla parte del torto. Impariamo a conoscere i nostri bisogni e desideri e a metterli in relazione alle esperienze e i desideri degli altri. Un altro elemento da prendere in considerazione è come è fatto l’altro, come si mette in gioco, di cosa ha paura. Mettersi nei panni dell’altro, non vuol dire cedere, ma capire l’interlocutore per compiere i gesti e costruire le idee che fanno uscire dal conflitto cronico. A volte quando siamo caduti nel contrasto in cui vogliamo solo vincere senza capire, non è più importante il risultato, ma semplicemente vincere e questo impedisce alla relazione di guadagnare benessere. Mettiamoci al centro della nostra vita, fidiamoci che è possibile capire cosa vogliamo veramente, evidenziamo i nostri interessi e prendiamo in considerazione gli interessi degli altri, impariamo ad ascoltare le nostre fragilità, senza diventarne prigionieri delle attese. Per avere risultati diversi bisogna cambiare i pensieri. Questo essere al centro della scena ci fa scoprire i nostri limiti, ci permette di pensare alla nostra vita come ad un progetto che ha parti realizzabili grazie alla nostra competenza e alla capacità di relazione e abbandonando le illusioni eccessive. Nella terapia di coppia evidenziamo le delusioni e le attese e insegniamo a costruire un cambiamento dei pensieri e dell’ascolto. Si dice che possiamo vivere relazioni felici solo se abbiamo in testa una idea di fondo rappresentata da: io valgo e tu vali, io mi stimo e ti stimo, siamo diversi e uguali, ma possiamo costruire. Possiamo così lasciare l’angolo della vittima e andare verso il principio realistico, separando le attese infantili, assolute, da quelle possibili, possiamo così accedere alla nostra vita, come protagonisti e non come comparse in balia delle azioni degli altri.
freeskipper: Come uscire dall'angolo della vittima!

 

giovedì 29 ottobre 2020

Storia della prostituzione




Quando è nata la prostituzione? Dove? Perché? Le professioniste dell’amore sono presenti in ogni epoca, ma con ruoli e status sociale sempre diversi e spesso sorprendenti.
Etèra, meretrix, cortigiana, fille galante, mantenuta, lucciola, bella di giorno, puttana... e l’elenco potrebbe continuare, fino alle escort e alle sex workers di oggi. È comunque quello che, con un eufemismo e molta maschile arroganza, chiamiamo il più antico mestiere del mondo.

Ma lo è per davvero? In realtà no, perché il concetto di prostituzione implica un contesto di rapporti economici e culturali che è estraneo all’uomo primitivo.
Osservando le nostre cugine scimmie si è portati però a credere che la prostituzione abbia, in un certo senso, basi biologiche. Fra gli scimpanzé pigmei dell’Africa Centrale, per esempio, le femmine si concedono ai maschi in cambio di frutti e altre leccornie. Perché lo fanno?
Dovendo sostenere per anni il mantenimento di cuccioli, la natura impone loro di selezionare maschi che “pagano”, cioè aiutano a mantenere i piccoli. E i doni finiscono per essere desiderati da queste scimmie anche in assenza di piccoli da mantenere...


Affreschi in un postribolo di Pompei.


CACCIATRICE DI UOMINI
La prostituzione umana ha però radici diverse. Ai tempi dell’uomo preistorico la coppia era probabilmente a termine (ai 6 -7 anni di età, i figli passavano sotto il controllo della tribù) e, secondo gli antropologi, nel sesso anche la donna era “cacciatrice”.

Solo con lo sviluppo dell’agricoltura e il passaggio dalla vita nomade a quella stanziale, circa 10 mila anni fa, nacquero, con la coppia stabile, la divisione fra sessualità maschile e femminile e, contemporaneamente, una divaricazione nel destino sociale delle donne.

Il motivo fu in effetti soprattutto economico: per difendere e tramandare la proprietà privata (nata appunto con l’agricoltura) ai propri figli maschi, la paternità doveva essere certa. Quindi diventava necessario imbrigliare la sessualità della “moglie”, limitandone le relazioni sociali al di fuori della famiglia. È a quel punto che, per soddisfare la richiesta sessuale dei maschi non accoppiati e le “eccedenze” di sessualità di quelli già accoppiati, nacquero le prime forme di prostituzione femminile, che da una parte non mettevano a repentaglio la famiglia e dall'altra permettevano la sopravvivenza di molte donne sole.
SESSO SACRO
In origine alla prostituzione si dedicavano le schiave, le giovani sterili o le vedove senza protezione, ma c'erano anche culti che la incoraggiavano (anche quella maschile) e sacerdotesse che diventavano prostitute sacre (vedi notizia).

L’istituzione delle prime case di tolleranza si fa invece risalire al padre della democrazia: Solone, il riformatore di Atene (VI sec. a. C.). Nella società ateniese, la vita sessuale maschile era a due facce: una privata, orientata verso le donne, di cui però si pensava non valesse la pena di parlare; l’altra pubblica, orientata verso i ragazzi. La disparità dei prezzi (vedi la gallery Millenni di sesso e soldi, più sotto) fa capire che vi erano diversi mercati sessuali per clientele diverse e con funzioni sociali diverse.

Al livello più basso vi erano le pornai dei bordelli pubblici, schiave appartenenti a un custode, il pornoboskos, che era tenuto a pagare una tassa sulla rendita delle sue dipendenti a un funzionario statale che si fregiava del titolo di pornotelones. Appena un gradino più in alto vi erano le prostitute da strada: potevano essere donne libere ma povere, oppure schiave.
Gli archeologi hanno ritrovato un sandalo disegnato in modo da lasciare impressa nella polvere la parola greca akolouthi (seguimi). Le danzatrici e le suonatrici che provvedevano a procurare l’indispensabile intrattenimento durante i banchetti erano un po’ più care.

Vi erano poi le etère, collocate sul gradino più alto della scala: alcune offrivano i loro favori a chiunque, altre a clienti fissi che però tenevano nascosti uno all’altro. Anche i filosofi frequentavano le etère; molte entravano nella scuola di Epicuro, anche come studentesse, e lo stesso Socrate si intrattenne varie volte con Aspasia.

Affresco in un lupanare di Pompei


FORNICARE SOTTO GLI ARCHI. Parente dell’etèra greca era nell’antica Roma la raffinata meretrix, mentre il popolo frequentava le prostitute dei lupanari, le lupae appunto. Nei bordelli (postribula) si incontravano schiavi, artigiani, soldati e marinai. L’élite, che aveva schiave in abbondanza per i propri piaceri, disprezzava quei posti. Luoghi di prostituzione erano taverne, bagni, terme (ad stuphas), le osterie con alloggio situate lungo le grandi vie romane, e sotto gli archi (fornices, da cui deriva il nostro verbo fornicare) dei principali edifici pubblici cittadini.

Le prostitute di basso rango erano, per la maggior parte, di proprietà di un leno, padrone di schiavi, mezzano e protettore (assistito da un servo detto villicus puellarum) che rastrellava l’intero bacino del Mediterraneo alla ricerca di ragazze e bambini da vendere sulla piazza del sesso a pagamento.

Accanto alla prostituzione femminile era infatti diffusa anche quella infantile, finché non fu proibita da un editto di Domiziano (fine I sec. d. C.). «Nessuno ti impedisce di andare dai prosseneti (mezzani)», esclama un personaggio di Plauto, «a patto che tu non tocchi una donna sposata, una vedova, una vergine, una giovane o dei fanciulli di nascita libera, ama chi vuoi!»
E Catone il Censore si felicita così con un amico incontrato all’uscita di un lupanare: «Bravo! È qui che i giovani devono soddisfare i loro ardori, piuttosto che attaccarsi alle donne sposate!»

Banchetto con etère nell'antica Grecia: gli amanti erano ostentati, le amanti nascoste

32 MILA PROSTITUTE 
I Greci avevano un magistrato addetto al controllo della prostituzione, mentre a Roma esisteva un “tribunale domestico” che vegliava sulla condotta di 32 mila prostitute. Durante l’impero divennero un capro espiatorio della crisi e furono oggetto di leggi speciali. Caligola (che pure aveva fatto aprire un bordello a corte) tassò le prostitute con il vectigal (abolito in seguito da Settimio Severo), Domiziano tolse loro il diritto di successione, Teodosio il Giovane soppresse i lupanari e punì con pene severissime i genitori che costringevano le figlie a prostituirsi. Giustiniano infierì su lenoni e tenutari, mandandone a morte alcuni, e introdusse protezioni per le prostitute che intendevano cambiare vita. La sua stessa moglie,Teodora, secondo lo storico Procopio di Cesarea, avrebbe esercitato in gioventù il meretricio.
CONDANNA COL FUOCO
Presso i barbari sembra che la prostituzione fosse meno diffusa. Ma Teodorico, re degli Ostrogoti, decretò la pena di morte per coloro che accoglievano presso di sé “donne infami”. Pene severe contro il commercio del corpo furono emanate anche da Carlo Magno e dai suoi successori: per esempio, percorrere per 40 giorni la campagna, nuda fino alla cintola, con il motivo della condanna scritto in fronte con un ferro rovente. A partire dalla metà del XIII sec., col fiorire delle attività mercantili, la cura dei postriboli divenne anche motivo di propaganda politica: era simbolo dell’efficienza dello Stato.

Molte prostitute si spostavano secondo il calendario di fiere, mercati, pellegrinaggi, concili. Oppure accompagnavano gli eserciti (consuetudine tramandatasi fino a epoche recenti: si pensi alle francesi putaines de regiment della Prima guerra mondiale), compresi quelli crociati. Quando re Luigi IX di Francia proibì ai suoi uomini di portarsele dietro (VI e VII crociata), essi rimediarono con schiave musulmane.
Nel 1400 la paura dello spopolamento dovuto a guerre ed epidemie fu all’origine, indirettamente, delle fortune del meretricio. Secondo le autorità civili era infatti necessario convincere molti giovani, distratti dai “crimini contro natura” (sodomia e masturbazione), a riscoprire le gioie dell’accoppiamento eterosessuale come viatico per il matrimonio e la procreazione.

Il Rinascimento vide affermarsi la cortigiana (così chiamata perché seguiva le corti), che ricalcava la figura dell’etèra greca. Le meretrices honestae possedevano un’educazione raffinata e nelle loro dimore passavano cardinali, artisti, nobili e re. Ma «per una che riesce ad acquistarsi delle terre al sole», scrisse Pietro Aretino nel 1536, «ce ne sono mille che finiscono i loro giorni in un ospizio».
Una foto alle pareti di una casa di appuntamenti degli Anni '30: serviva ad accendere le fantasie dei clienti.


LE REGOLE DI NAPOLEONE

L’atteggiamento della società verso le prostitute mutò quando in Europa si diffuse la sifilide, considerata un castigo divino, e prese avvio il vasto movimento di moralizzazione promosso da Riforma e Controriforma.

I postriboli vennero chiusi, le prostitute sottoposte a pesanti imposizioni fiscali e si tentò di relegarle in quartieri-ghetto. Tolleranza e repressione si alternarono nel corso dei secoli. 
Fino a Napoleone, fondatore della moderna regolamentazione delle case di tolleranza (passate sotto controllo dello Stato nel 1804; l’Italia ne seguì l’esempio col regio decreto del 15 febbraio 1860).
10 ANNI DI BATTAGLIE
Sempre nell’800 prese piede la casa d’appuntamenti, dove l’incontro fra cliente e prostituta si accompagnava a una parvenza di seduzione. È del 1904 il primo accordo internazionale contro lo sfruttamento della prostituzione, del 1910 la convenzione per la repressione della cosiddetta “tratta della bianche”.
Nella Russia dei soviet la prostituzione, considerata vergognoso retaggio dello “sfruttamento capitalistico”, resiste: nel ’22 furono censite 62 mila prostitute a Pietrogrado e Mosca. Solo nel ’46 la Francia chiuse i bordelli, seguita dalla Germania. In Italia la legge per l’abolizione delle case chiuse, presentata dalla senatrice socialista Lina Merlin nell’agosto del ’48, passò 10 anni dopo, il 4 marzo ’58, tra accese polemiche e tesi ancora oggi dibattute.

Fonte: www.focus.it

 

mercoledì 28 ottobre 2020

LA QUINTA TECNICA


 OshoNamaste
Quando Pitagora, uno dei maggiori filosofi greci, arrivò in Egitto per entrare in una scuola, una scuola esoterica segreta di misticismo, venne rifiutato e Pitagora era una delle migliori menti mai generate. Non riusciva a capire. Fece domanda diverse volte, ma gli venne detto che, se non fosse passato attraverso un particolare addestramento di digiuno e respirazione, non sarebbe stato ammesso alla scuola. Si dice che Pitagora abbia risposto: “Sono venuto per la conoscenza, non per una sorta di disciplina”. Ma le autorità della scuola dissero: “Non possiamo darti della conoscenza a meno che tu non sia diverso. E, in realtà, non siamo affatto interessati alla conoscenza, siamo interessati all’esperienza reale. Nessuna conoscenza è tale se non è vissuta e sperimentata. Perciò dovrai fare quaranta giorni di digiuno respirando continuamente in un determinato modo, con una particolare consapevolezza su particolari punti”.
Non c’era altra via, perciò Pitagora dovette sottoporsi a questo addestramento. Dopo quaranta giorni di digiuno e di respirazione, consapevole, gli fu permesso di entrare nella scuola. Si dice che Pitagora affermò: “Non state ammettendo Pitagora. Sono un uomo diverso, sono rinato. Avevate ragione e io avevo torto, perché prima il mio intero punto di vista era intellettuale.  Con questa purificazione il centro del mio essere è cambiato: dall’intelletto è sceso al cuore. Ora posso sentire le cose. Prima di questo addestramento potevo capire solo con l’intelletto, con la testa. Non sarà una filosofia, ma piuttosto, un’esperienza, sarà esistenziale”.
Qual era l’addestramento cui si sottopose?
Questa quinta tecnica è quella che fu data a Pitagora. Venne data in Egitto, di fatto la tecnica è indiana. La quinta tecnica di respirazione è la seguente:
“L’attenzione tra le sopracciglia, lascia che la mente preceda il pensiero.
Lascia che la forma si riempia con l’essenza del respiro fino alla sommità della testa e lì piova come luce”. Questa tecnica fu data a Pitagora, che la riportò in Grecia e, così, divenne il principio, lo strumento che diede vita a tutto il misticismo occidentale. Analizziamola.
“L’attenzione tra le sopracciglia…”. La fisiologia moderna, la ricerca scientifica, afferma che, tra le due sopracciglia, si trova una ghiandola e che questa è la parte più misteriosa di tutto il corpo: è detta ghiandola pineale, ed è il terzo occhio dei tibetani: shivanetra, l’occhio di Shiva, nel Tantra. Tra i due occhi c’è un terzo occhio, che esiste ma non è attivo.
E’ lì: può funzionare in qualsiasi momento, ma non funziona spontaneamente, per aprirlo si deve fare qualcosa. Non è cieco, è semplicemente chiuso. Questa tecnica serve ad aprirlo. “L’attenzione tra le sopracciglia…”. Chiudi gli occhi, poi falli convergere proprio nel mezzo delle sopracciglia, focalizzati esattamente nel mezzo degli occhi chiusi, come se guardassi esattamente nel mezzo, con entrambi. Dagli totale attenzione. Questo è uno dei metodi più semplici per essere attenti. Non puoi prestare attenzione a nessun’altra parte del corpo così facilmente: questa ghiandola assorbe l’attenzione con estrema facilità. Se le dai tutta la tua attenzione, gli occhi verranno ipnotizzati dal terzo occhio. Si fissano, non si possono muovere.
Questo terzo occhio è un magnete naturale, attiva l’attenzione, la forza. Ecco perché in tutto il mondo questo è uno dei metodi più usati. E’ il più semplice per addestrare l’attenzione: non sei solo tu che cerchi di essere attento, la ghiandola stessa ti aiuta, è magnetica, la tua attenzione viene spinta con forza verso di essa: viene assorbita. Nelle antiche scritture tantriche si dice che l’attenzione è cibo per il terzo occhio. Non è difficile: occorre solo conoscere il punto giusto; per trovarlo, devi lasciare che gli occhi chiusi si muovano esattamente nel mezzo, tra le due sopracciglia, finché non percepisci quel punto magnetico: allora, immediatamente gli occhi si fisseranno; quando sarà difficile muoverli, saprai di aver colto il punto giusto. “L’attenzione tra le sopracciglia, lascia che la mente preceda il pensiero…”. L’attenzione che ne seguirà ti farà sperimentare per la prima volta uno strano fenomeno: percepirai i pensieri correre di fronte a te; diventerai un testimone.
Sarà come essere di fronte a uno schermo cinematografico: i pensieri scorrono e tu sei un testimone. Generalmente non è così: ti identifichi sempre con i tuoi pensieri. Se c’è rabbia, diventi rabbia. Se un pensiero ti tocca, non sei testimone: diventate tutt’uno, ti identifichi con il pensiero, e ti muovi con esso.
Diventi il pensiero, ne assumi la forma. Quando c’è sesso, diventi sesso; quando c’è rabbia, diventi rabbia; quando c’è avidità, diventi avidità. Ti identifichi sempre con ogni pensiero che ti tocca. Non mantieni mai alcuna distanza tra te e il pensiero. Ma focalizzati sul terzo occhio, e all’improvviso diventerai un testimone. Tramite il terzo occhio puoi vedere i pensieri correre come nuvole nel cielo o come persone che si muovono per la strada. Ora, se c’è rabbia, puoi vederla come un oggetto.  Ora non senti più che tu sei arrabbiato. Senti di essere circondato dalla rabbia – una nube di rabbia è sorta intorno a te – ma tu non sei la rabbia, e se non lo sei, la rabbia diventa impotente. Non può influenzarti; non ne vieni intaccato. La rabbia verrà e se ne andrà, e tu rimarrai centrato in te stesso. E così, non ti identificherai più con i sentimenti negativi.
Quando quindi, l’attenzione è focalizzata al centro del terzo occhio, tra le sopracciglia, all’improvviso diventi un testimone, ma è vero anche il viceversa, ossia che se riesci a non identificarti con qualsiasi cosa accada, sarai automaticamente nel terzo occhio. E avrai un potere immenso, non sarai più schiavo degli istinti, sarai un individuo veramente libero. E la seconda conseguenza nell’essere nel terzo occhio, sarà che potrai sentire la vibrazione sottile e delicata del respiro, potrai percepire la forma del respiro, l’essenza stessa del respiro. La scienza stabilisce che respiriamo aria nella forma combinata di gas, ma il Tantra afferma che l’aria è solo un veicolo, di fatto tu respiri prana, vitalità. L’aria è solo il mezzo, il contenitore materiale; il prana è il contenuto, ed è qualcosa di sottile, di non materiale. Questo contenuto veniva definito “orgone” dallo psicologo tedesco Wilhelm Reich.
I suoi effetti possono essere percepiti. Quando sei con una persona molto vitale, sentirai sorgere in te una certa vitalità. Se sei con una persona molto malata, ti sentirai succhiato, come se ti venisse sottratto qualcosa. Perché ti senti così stanco quando vai all’ospedale? Vieni succhiato da ogni parte. L’intera atmosfera dell’ospedale è malata, lì tutti hanno bisogno di più energia, di più prana. Perciò se ti trovi lì, all’improvviso il tuo prana comincia a fluire fuori di te. Perché a volte quando sei in mezzo a una folla ti senti soffocare? Perché il tuo prana viene succhiato. Quando sei solo sotto il cielo mattutino, sotto gli alberi, all’improvviso senti in te una vitalità: il prana.
In particolare, il prana fluisce e defluisce in modo immediato e totalizzante, al contatto con la vostra Fiamma Gemella. Se essa prova malessere, ne sarete investiti, se essa nel profondo versa in armonia, tutto vi sembrerà ancora più armonioso e dopo il contatto sarete raggianti. Esistono delle testimonianze risalenti all’antico Egitto, secondo le quali alcuni individui hanno sperimentato il fluire del prana, senza la penetrazione dell’aria, rinchiudendosi in samadhi sotterranei.
“Lascia che la forma si riempia con l’essenza del respiro fino alla sommità della testa… “. E quando arriverai a sentire l’essenza del respiro, il prana, immagina semplicemente che la tua testa sia ricolma di quell’essenza. Immagina solamente. Non occorre alcuno sforzo. Quando sei focalizzato al centro del terzo occhio, ed immagini qualcosa, la cosa accade, lì per lì. Normalmente, la tua immaginazione è solo impotente: continui a immaginare e non accade nulla. Ma a volte,senza saperlo, nella vita comune, si verificano degli eventi dettati dall’immaginazione: stavi immaginando qualcosa a proposito di un tuo amico e all’improvviso qualcuno bussa alla porta.
Stavi “pensando”, immaginando una canzone alla radio, cambi stazione e la trovi. Dici che è una coincidenza che l’amico sia arrivato o che la canzone sia alla radio. A volte l’immaginazione funziona proprio come coincidenza; ma ora cerca di ricordare ogni volta in cui accade che senti la tua immaginazione diventare realtà, e analizza l’intera situazione; ritirati nell’interiorità e osserva. In un certo momento la tua attenzione deve essere stata vicina al terzo occhio. Quando ero bambina, mi capitava sempre di dire “ti immagini se…” e la cosa si verificava davvero. Tutti abbiamo questa capacità, in molti è completamente latente. Ogni volta che si verifica questa coincidenza, sembra tale perché non conosci la scienza occulta. Senza saperlo, la tua mente si deve essere spostata vicino al centro del terzo occhio. Se la tua attenzione si trova nel terzo occhio, la semplice immaginazione è sufficiente per creare qualsiasi fenomeno.
“Lascia che la forma si riempia”. Ora immagina che questa essenza stia colmando tutta la tua testa, in particolare la sommità del capo, il shasrara, il centro energetico più alto, e non appena te lo immaginerai si riempirà. “Lì” – alla sommità della testa – piove come luce”. Il prana piove dalla sommità della tua testa come luce. E “accadrà” che piova luce: quella pioggia di luce ti rinfrescherà, ti farà sentire completamente rinato, rinnovato. Questo è il significato della rinascita interiore. Perciò due cose: primo, focalizza nel terzo occhio, l’immaginazione diventa potente, efficace.

Una cosa fondamentale: prima di praticare queste tecniche, sii puro. Per il Tantra la purezza non è un concetto morale, la purezza è importante, perché se sei focalizzato nel terzo occhio e la tua mente è impura, la tua immaginazione può diventare pericolosa: pericolosa per te e per gli altri. Se pensi di ferire qualcuno, se questa idea è nella mente, il solo immaginarlo può ferire. Ecco perché si insiste così tanto sull’essere puri. A Pitagora fu detto di sottoporsi a un digiuno, a una particolare respirazione – questa respirazione – perché qui si viaggia su un terreno molto pericoloso. Perché ovunque esiste potere esiste pericolo, e se la mente è impura, non appena avrai potere i tuoi pensieri impuri se ne impadroniranno immediatamente. Mi preme dire che la quinta tecnica ha come applicazione pratica la stessa ipnosi. Quando qualcuno viene ipnotizzato, e gli viene detto di concentrare lo sguardo su un punto particolare: una luce, un punto sulla parete, o qualunque altro oggetto, esterno o interno (per esempio, un’onda energetica che fluisce all’interno del corpo), in tre minuti la sua attenzione interiore comincia a fluire verso il terzo occhio; ogni cosa che l’ipnotista dirà, sarà immediatamente verificata. Ecco perchè l’ipnosi è il mezzo curativo più potente ed efficace. Se l’ipnotista dicesse “ora ti stai addormentando profondamente”, ti addormenteresti profondamente… se ordinasse a una tua malattia di scomparire, essa scomparirebbe  immediatamente.
Milton Erickson, l’ipnotista psicoterapeuta più famoso dei tempi moderni, curò da solo diverse patologie, sperimentando “in itinere” i poteri dell’ipnosi. Mettendoti in mano un sasso l’ipnotista potrebbe dire: “Questo nella tua mano è fuoco”, e tu sentiresti un calore intenso; ti scotteresti la mano, non solo nella mente, ma di fatto. La tua pelle si brucerebbe veramente e proveresti una sensazione di bruciore. Che cosa succede? Non c’è alcun fuoco. C’è solo un comunissimo sasso, freddo. Come è possibile? Sei focalizzato nel centro del terzo occhio, la tua immaginazione riceve suggestioni dall’ipnotista ed esse diventano realtà. Non giocate mai con l’ipnosi da soli, se non sapete come utilizzare questo strumento e, se anche apprendeste i suoi meccanismi, non utilizzatela su altri se non avete l’assoluta certezza che la vostra mente sia lontana da ogni coinvolgimento verso essi. Rischiate altrimenti di perdervi in essa e negli effetti che le induzioni possono comportare… questo vale in modo assoluto se l’ipnosi è di tipo regressivo: non praticatela se avete l’impressione che quell’anima sia karmica e se non avete la certezza di essere perfettamente equilibrati per sostenere ogni reazione.
Nel terzo occhio, quindi. immaginazione ed attuazione non sono due cose distinte: l’immaginazione è il fatto. Immagina, ed è così. Non c’è frattura tra il sogno e la realtà. Per chi è centrato nel terzo occhio, i sogni diventeranno reali e l’intera realtà diventerà semplicemente un sogno, perché quando il tuo sogno può diventare reale sai che non esiste una differenza fondamentale tra sogno e realtà. Perciò quando Shankara dice che questo intero mondo è solo un sogno del divino, non è una proporzione teoretica, non è un’affermazione filosofica, è piuttosto l’esperienza interiore di colui che è focalizzato nel terzo occhio.
Immagina semplicemente che l’essenza del prana stia piovendo dalla sommità della testa, proprio come se fossi seduto sotto un albero e stessero piovendo fiori, oppure come se fossi sotto il cielo e improvvisamente da una nuvola cominciasse a piovere, o di mattina fossi semplicemente seduto e il sole sorgesse e i raggi cominciassero a riversarsi su di te. E’ sufficiente immaginare, e immediatamente quella pioggia accade: una pioggia di luce che cade sulla sommità della tua testa. Questa pioggia ti ri-creerà, ti farà rinascere. Ti sentirai bene, e rinato.
Tratto da: Il libro dei segreti di Osho
 http://www.visionealchemica.com/la-quinta-tecnica/

 

martedì 27 ottobre 2020

Purificare l’aria di casa con le piante: ecco 5 esempi



La maggior parte delle persone passa gran parte del tempo tra le mura domestiche o dell’ufficiosenza considerare che l’aria che respiriamo in questi ambienti è un composto di gas che possono essere rischiosi per la nostra salute. A questo proposito esistono delle piante che depurano l’aria, che sia quella dell’ufficio o di casa nostra. La loro presenza oltre a dare un tocco di colore alla casa rende l’aria domestica più salubre; sono in grado di umidificare e purificare gli ambienti poiché catturano le sostanze nocive volatili, distruggendole.
Vi consigliamo alcune piante che possono contrastare l’inquinamento e ravvivare la vostra casa o la vostra postazione di lavoro.
CRISANTEMI
Ideali per pulire l’aria da composti a base di benzene (ammoniaca, formaldeide e xilene) presenti in abbondanza nelle plastiche, detersivi, collanti e vernici. La pianta, molto diffusa e poco costosa, dovrebbe essere coltivata in prossimità di una finestra poiché necessita di molta luce.
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SANSEVIERIALa pianta Sansevieria, meglio conosciuta come “lingua di suocera” è molto efficace nel depurare l’aria domestica. La pianta è in grado di filtrare varie sostanze, tra queste la formaldeide sprigionata nell’ambiente domestico dai classici detergenti per la pulizia. Può essere sistemata in bagno (la formaldeide è contenuta anche nella carta igienica) perché non necessità di eccessiva luce. È in grado altresì di rimuovere il benzene, il tricloroetilene e lo xilene.
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SPATIFILLIO

Questa elegante pianta ornamentale, detta anche Giglio della pace, crea dei fiori bellissimi e non necessita di particolari cure, basta annaffiarla una volta a settimana. Purifica l’aria di casa rendendo inoffensivi i più comuni composti organici volatili (VOC) come benzene, la formaldeide e il tricloroetilene, è efficace anche con toluene e xilene.
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ORCHIDEA
La conosciamo tutti per il suo aspetto gradevole e colorato. Rimuove dall’aria lo xilene, sostanza emanata dai pannelli di truciolato e di cartone, dalle vernici e dalle fotocopiatrici.
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TILLANDSIA CYANEA
Minimale nell’aspetto con un unico fiore centrale, ha un indubbio fascino esotico ed è particolarmente efficace contro l’inquinamento elettromagnetico prodotto da computer, forni a microonde, stampanti e fotocopiatrici. È consigliato posizionarla in casa o in ufficio vicino alle apparecchiature elettriche ed elettroniche.
2015-09-27 10.08.04 am
a cura di Francois Le Jardinier

 

lunedì 26 ottobre 2020

Huawei Mate 40 Pro è ufficiale: tanta qualità e sostanza da oltre 1000 euro

Huawei Mate 40 Pro

Oggi è il giorno di Huawei Mate 40 Pro, smartphone che il produttore di Shenzhen presenta come suo top di gamma per la seconda metà del 2020 al fianco di Huawei Mate 40 Pro+, suo sodale che differisce solo per un paio di dettagli. 200 euro in più rispetto al suo predecessore Mate 30 Pro, questo è il prezzo che costano le tante novità che questi nuovi telefoni di Huawei portano sul piatto. Se ne vale la pena o meno staremo a vedere; nel frattempo, scopriamoli insieme in tutti i loro dettagli.

Caratteristiche e dettagli di Huawei Mate 40 Pro

Per chiarire subito le cose, le differenze fra Huawei Mate 40 Pro e Huawei Mate 40 Pro+ riguardano in primis il comparto fotografico, che per quest’ultimo guadagna una fotocamera con un sensore tele che garantisce zoom digitali fino a 100x e ibridi fino a 20x; e in secundis la fattura del pannello posteriore, sul Pro+ in nano ceramica anziché in vetro.

Ciò detto, procediamo con le specifiche comuni. Huawei Mate 40 Pro si presenta con uno schermo OLED che misura 6,7 pollici con risoluzione 1.344 x 2.722 pixel, che equivale a una densità di 456 ppi, curvo sui bordi laterali, e dotato di una frequenza d’aggiornamento a 90 Hz. Oltre al lettore delle impronte digitali nascosto sotto lo schermo, c’è un sistema di sblocco 3D dedicato che si avvale del sensore di profondità integrato nel foro ovale, al fianco della selfie-cam grandangolare da 13 megapixel.

Ma la ciccia sta dietro, nel modulo Space Ring Design che ospita le tre fotocamere firmata LEICA di Huawei Mate 40 Pro. La principale è la Ultra Vision Camera da 50 megapixel con apertura f/1.9 e ottica standard. A supporto ci sono poi una grandangolare da 20 megapixel f/1.8 e un sensore periscopico da 12 megapixel f/3.4 con zoom ottico 5x (ibrido fino a 10x e digitale fino a 50x) con OIS.

Inedito anche il SoC, un Kirin 9000 realizzato a 5 nanometri che vanta un modem 5G, un processore dotato di quattro core Cortex-A77 e altrettanti core Cortex-A55, con una GPU Mali-G78 e una NPU dedicata. 8 GB di RAM e 256 GB di memoria interna, espandibile con schede NM Card fino a 256 GB completano il discorso.

Degna della categoria di cui fa parte anche la dotazione di sensori e connettività di Huawei Mate 40 Pro, che vanta il supporto alle reti 5G, 4G, Wi-Fi 6 dual band, dual SIM, NFC, Bluetooth 5.2 (BLE, SBC, AAC, LDAC), GPS a doppia frequenza, A-GPS, GLONASS, BeiDou, Galileo, NavIC, sensore infrarossi e porta USB di tipo C 3.1, fra le altre cose. Per quanto riguarda infine l’autonomia, troviamo una batteria da 4.400 mAh, ricaricabile via cavo con la Huawei Supercharge a 66 watt o wireless fino a 50 watt.

Design e software di Huawei Mate 40 Pro

Foro ovale piuttosto allungato, bordi laterali curvi e modulo fotocamere posteriore ad anello; sono queste le cifre stilistiche che i designer di Huawei hanno scelto per Mate 40 Pro, uno smartphone originale e ambizioso che prende spunto dai due diretti predecessori, Mate 30 Pro e P40 Pro fra tutti. Ne risulta un design piacevole che, grazie a dimensioni non particolarmente eccessive per i canoni attuali (162,9 mm di altezza, 75,5 mm di larghezza e 9,1 mm di spessore, per un peso di 212 grammi), risulta in fin dei conti equilibrato.


Non mancano delle finezze, fra tutte la curvatura a 88 gradi dello schermo, che lascia tuttavia spazio ai tasti fisici per accendere/spegnere il display e regolare il volume, o la curvatura posteriore che, soprattutto nella colorazione Mystic Silver, ostenta vari riflessi di colore cangianti. Per il resto, c’è da dire che, Mate 40 Pro+ a parte che, come anticipato ha la scocca posteriore in nano ceramica, è interamente in vetro e metallo, con tanto di certificazione IP68 per una protezione contro acqua e polvere.

Design a parte, urge una parentesi sul software di Huawei Mate 40 Pro, questione nodale per il produttore da svariati mesi a questa parte. Android 10 è la versione del robottino verde montata di fabbrica, la EMUI 11 priva dei servizi di Google è l’interfaccia grafica con cui l’utente ha a che fare.

A sopperire alla mancanza della grande G ci sono gli Huawei Mobile Services, le app e le tante funzioni che Huawei ha implementato su questo dispositivo. Fra tutte quelle dedicate al software fotografico, con Steady Shot per registrazioni stabilizzate, il Tracking Shot e Story Creator che fornisce effetti cinematografici realistici, la registrazione del suono ad alta fedeltà dai dispositivi Bluetooth collegati, Audio Focus e Audio Zoom che permettono di acquisire il suono da determinate aree della scena inquadrata.

Grazie alla sensoristica presente nel foro ovale, Huawei Mate 40 Pro permette all’utente di usufruire del 3D Face Unlock e delle funzioni Smart Gesture Control tipo Motion Sense di Pixel 4, per controllare lo smartphone tramite dei gesti delle mani, ad esempio per rispondere alle chiamate senza toccare il telefono.

Per il resto, non mancano due altoparlanti stereo per la multimedialità, e una suite di funzioni di lavoro migliorate e inedite come MeeTime, Multi-Screen Collaboration per l’interazione fra smartphone e PC e Multi-Device Control.

Immagini di Huawei Mate 40 Pro

Se per Huawei Mate 40 Pro+ non ci sono al momento informazioni sulle tempistiche della commercializzazione italiana, Huawei Mate 40 Pro è disponibile per i preordini su Huawei Store già da

oggi, 22 ottobre 2020, al prezzo di 1.249 euro nei colori Black e Mystic Silver (saranno disponibili anche due varianti in pelle vegana nei colori Sunflower Yellow e Olive Green).

Fino al prossimo 15 novembre, c’è una promozione che permette di ricevere in omaggio le cuffie Huawei FreeBuds Pro (dal valore di 179 euro), 6 mesi di Huawei Music, 3 mesi di Huawei Video e 50 GB di spazio extra per 12 mesi su Huawei Cloud. In più, acquistandolo entro tale data su Huawei Store si ha diritto a 30 euro di sconto ogni 200 euro di spesa.

https://www.tuttoandroid.net/news/2020/10/22/huawei-mate-40-pro-ufficiale-846524/

 

sabato 24 ottobre 2020

Il miglior mezzo per sbarazzarsi di un nemico è dirne bene ovunque.




"Il miglior mezzo per sbarazzarsi di un nemico
è dirne bene ovunque.
Glielo riferiranno, e lui non avrà più la forza di nuocervi:
avete spezzato la sua molla...
Sarà sempre in guerra contro di voi ma senza vigore né costanza, giacché inconsciamente avrà smesso di odiarvi.
È vinto, e ignora la propria disfatta."


Émile Michel Cioran


La via del Transurfer -

https://faregruppo.blogspot.it

 

venerdì 23 ottobre 2020

L'ENERGIA DEL PENSIERO



Tramite i pensieri e le emozioni generiamo una sottilissima forma d'energia.,

L'odio, l'amore l'invidia, la gratitudine sono frequenze con certe caratteristiche.
Ogni cellula del corpo, ogni organo hanno una loro frequenza, come anche la nostra Terra (il "canto" della Terra è l'accordo fa diesis maggiore, e che la frequenza della Terra di base 7,83 Hz - la risonanza di Schumann).
...Comunichiamo con l'Universo tramite le vibrazioni delle parole, emozioni, pensieri, o facendo le nostre scelte. L'universo ci risponde con degli eventi nella nostra vita; gli EVENTI sono la lingua dell’Universo.
Questa energia passa attraverso noi e si muove attorno a noi. Anche noi trasmettiamo i nostri segnali nello spazio; ognuno di noi partecipa agli scambi energetici universali.


I nostri pensieri... cosa sono?
Non girano affatto dentro il cranio a mo' di mosche messe in un barattolo!
Secondo gli specialisti della NASA, i nostri pensieri possono diffondersi fino alla distanza di 400.000 km.
E' stato anche calcolato, che nel corso delle 24 ore nel nostro cervello nascono circa 60.000 pensieri, di cui circa 5% sono accompagnati da forti emozioni.
Sul pianeta siamo in circa 7 (?) miliardi di persone; i nostri pensieri e le emozioni vanno nel comune campo energetico-informazionale, da dove ritornano di nuovo alle persone.
Immaginate questo campo come un acquario con l'acqua limpida. Buttate nell'acquario una goccia d'inchiostro (un pensiero negativo). Cosa succederà all'energia che ci circonda?...
... Occorre capire che la vibrazione dei nostri pensieri rappresenta l'informazione che circola nel campo energetico-informazionale comune.
Qualsiasi informazione può essere cambiata solo mandando una nuova informazione. Possiamo essere paragonati a dei bio-computer che partecipano allo scambio dell'informazione nell'"internet" della noosfera.

"Siate attenti a ciò che pensate; i pensieri sono all'origine delle azioni" (Lao Tse).
Ricordiamo che i nostri pensieri tendono a diventare la realtà della nostra vita: troveremo sempre delle conferme ai nostri dubbi e alle nostre speranze, il resto dipende da ciò che sceglieremo.
Advanced Mind

La via del Transurfer - https://faregruppo.blogspot.it

 

giovedì 22 ottobre 2020

Le cose belle succedono a coloro che sanno aspettare



Le cose belle succedono a coloro che sanno aspettare

Fonte https://lamenteemeravigliosa.it
Pazienza”, un’altra volta questa parola. Colui che aspetta si dispera e si confonde. Soprattutto quando si scontra con l’incertezza di non sapere quando avverrà ciò che aspetta.
Non stancatevi di aspettare. La ricompensa sta attendendo che abbiate pazienza.
Tuttavia, la pazienza è più che l’attesa: è l’aspettativa calmata, è una sorta di pausa dei nostri desideri. La pazienza non ci addormenta i sensi, bensì si impone contro l’angoscia e ci sveglia.

La pazienza è amara, ma i suoi frutti sono dolci

È difficile da capire, ma avere pazienza non significa caricarsi di stress e sopportare fino a non poterne più ed esplodere. Si tratta di un’arte capace di liberarci da cariche emotive superflue, che ci permette di permanere in uno stato di pace.
“Se sarai paziente in un momento d’ira, sfuggirai a cent’anni di tristezza”.
Alcune filosofie orientali parlano del dono della pazienza cono se fosse una forza che la nostra mente utilizza per comunicare al resto del corpo che ciò che si aspetta arriverà.
Le cose belle del mondo richiedono pazienza: un amore complicato, una persona quasi inarrivabile, una preparazione fisica, un concorso, … Insomma, qualsiasi meta o qualsiasi traguardo che ci mettiamo in testa. Bisogna ricoprirsi di un velo di entusiasmo e passione.

Colui che aspetta senza disperare trova l’inaspettato

Spesso, crediamo che la vita ci stia dicendo “No”, mentre, in realtà, ci sta solo dicendo “Aspetta”. Diventiamo impazienti e, di conseguenza, il nostro nervosismo ci spinge a commettere errori.
A volte, ci sentiamo stanchi, avvertiamo che i nostri amici, il nostro partner o le nostre aspettative irrealizzate ci esasperano, che non arriva niente di quel che volevamo creare e che la vita non è fatta per noi.

La pazienza: una regina annientata dalla velocità

“Il segreto della pazienza è ricordare che il dolore è temporaneo e la ricompensa è eterna”.
Colui che resiste, vince. Tuttavia, se consideriamo l’interesse che, normalmente, mettiamo nel coltivare questa qualità, ci rendiamo conto che la pazienza è una regina ormai annientata. Ci viene insegnato che dobbiamo primeggiare in tutto, emergere sugli altri, correre.
Se affrontiamo le cose pazientemente, gli altri ci lasciano fuori dal gioco, ci fanno capire che non valiamo abbastanza. Ciononostante, è bene sapere che tutti i traguardi richiedono tempo e pazienza: questi due strumenti, infatti, sono gli unici che ci assicurano di raggiungere i nostri obiettivi.

Lavorare sulla pazienza per conoscere sé stessi

“Comprendere sé stessi richiede pazienza e tolleranza; l’Io è un libro composto da molti capitoli, impossibile da leggere in un unico giorno. Tuttavia, quando inizi a leggerlo, devi leggerne ogni parola, ogni frase, ogni paragrafo, perché in essi vi sono gli indizi della totalità. Il principio è in essenza il finale. Se sai leggere, potrai trovare la saggezza suprema”.
Jiddu Krishnamurti
I grandi saggi sono persone calme, pazienti e sicure di sé stesse. Questi elementi ci aiutano a capire che essere pazienti ci farà contemplare il mondo con più sensatezza e capacità di comprensione.
Quando non coltiviamo il dono della pazienza, ci comportiamo in maniera impulsiva e irrazionale, creando o aggravando i nostri problemi e lasciandoci sfuggire moltissime opportunità.
In realtà, per coltivare la vostra pazienza non avete bisogno di tante cose, ma di semplici soluzioni da voi perfettamente raggiungibili. Ve le esponiamo brevemente.

1. Respirate

Respirare profondamente è sempre un buon metodo che ci aiuta a riflettere. Quando ci prendiamo dei secondi per respirare, stiamo offrendo una pausa al nostro dialogo interiore.

2. Scoprite perché avete tanta fretta

Riflettete sulle ragioni che vi rendono impazienti. Se vedete che esagerate, riorganizzate le vostre priorità. Pensarci su, e magari scrivere, vi aiuterà a calmarvi.

3. Individuate gli elementi che vi rendono impazienti

Può trattarsi di altre persone, di situazioni stressanti o addirittura di voi stessi. Tuttavia, il semplice fatto di essere consapevole di tutto ciò vi aiuterà a ridurre l’ansia.

4. La vostra pazienza è utile o giustificata?

Rispondete a questa domanda in maniera sincera e vedrete che farlo vi infonderà calma. Cercate la risposta dentro di voi e non temete di abbandonare abitudini per voi nocive.

5. Prendetevi del tempo e aspettate l’inaspettato

Dovete capire che potete anche fare mille piani, ma le cose non sempre riescono come volete. Accettate il fatto che la ruota gira e che, prima o poi, si fermerà dove desiderate voi. Siate realisti nelle vostre aspettative e comprensivi con gli altri.

6. Non abbiate paura di cambiare e non dimenticatevi di allenarvi

La pratica rende maestri. Sviluppare la pazienza implica lasciare da parte molte cattive abitudini con le quali convivete da tempo. Così come assimilare qualsiasi insegnamento, coltivare il dono della pazienza richiede temperamento.

 

mercoledì 21 ottobre 2020

La nostra paura più profonda















La nostra paura piu’ profonda non e’ di essere inadeguati, la nostra paura piu’ profonda e’ di essere potenti oltre ogni limite.

E’ la nostra luce non la nostra oscurita’ a spaventarci.

Ci chiediamo: “chi sono io per essere brillante, straordinario, ricco di talenti”?

Ma in realta’ chi siamo per non esserlo?
Siamo figli di Dio. Farsi umili non serve al mondo.
Non c’e’ niente di illuminato nello svilirsi affinche’ gli altri abbiano certezze su di noi.

Appena lasciamo risplendere la nostra luce inconsciamente permettiamo agli altri di fare altrettanto.
Appena ci liberiamo dalla nostra paura la nostra presenza libera - all’istante - gli altri.

M. Williamson
 http://manas-vidya.blogspot.it/2006/08/la-nostra-paura-piu-profonda.html

 

martedì 20 ottobre 2020

Esiste sempre una soluzione.

 


Rianimazione letteraria: riflessione su come si diventa chi siamo del  filosofo e pedagogo Omraam Mikhaël Aïvanhov - RavennaNotizie.it



«Voi vorreste che vi fosse rivelato un metodo che vi darà la possibilità di risolvere tutti i problemi e affrontare tutte le situazioni, come fosse una chiave che apre tutte le porte…
Un tale metodo, però, non esiste. Il metodo che ieri ha funzionato, oggi non è più efficace e occorre cercarne uno nuovo. Ieri, per esempio, un pensiero che avete letto vi ha permesso di avere una visione chiara o di ritrovare la serenità, ma oggi le condizioni sono diverse e quel pensiero non agisce più: dovete cercarne un altro. È così che, giorno dopo giorno, il Cielo ci obbliga ad avanzare, a fare delle scoperte, altrimenti ci addormenteremmo.
Ogni giorno la vita ci presenta nuove configurazioni, una nuova disposizione delle cose, nuovi rapporti di forze, dunque nuovi problemi da risolvere; e se ieri la soluzione consisteva nel fare appello alla saggezza, forse oggi sarà efficace l’amore, oppure la volontà o l’elasticità o la pazienza.
Esiste sempre una soluzione, ma ogni volta occorre fare lo sforzo di cercarla.»
Omraam Mikhael Aivanhov
 http://unicacoscienza.altervista.org/omraam-mikhael-aivanhov-esiste-sempre-soluzione/

lunedì 19 ottobre 2020

Quando un desiderio ti afferra...



Risultati immagini per DESIDERIO

Quando un desiderio ti afferra, ne vieni disturbato; è naturale. Il desiderio ti spinge verso il futuro.
Come fare per non esserne disturbato? Il desiderio in quanto tale è un disturbo... se poi è molto intenso?

Dovrai fare qualche esperimento, solo allora capirai cosa significa. Sei in collera, la rabbia ti attanaglia, sei momentaneamente folle, posseduto, fuori di te.

All'improvviso, ricordati di non esserne disturbato, immagina di spogliarti. All'interno, denudati, spogliati della rabbia.

La rabbia sarà presente, ma ora avrai un punto dentro di te che non ne sarà affetto.
Saprai che alla periferia è presente la collera, come una febbre che scuote la tua superficie, ma la puoi osservare: se riesci a osservarla, ne rimarrai indisturbato.

Diventane un testimone, e non ne sarai disturbato. Di solito ti identifichi, dimentichi che la rabbia è qualcosa di esterno a te, per cui agisci, fai qualcosa mosso da quella collera.
Invece di riversarla all'esterno, verso la persona che pensi l'abbia provocata, muoviti verso l'interno, verso il centro del tuo essere. In questo modo potrai essere un testimone della parte di mente che è stata disturbata, ma al tempo stesso vedrai che tu non ne sei coinvolto.

Lo puoi sperimentare con qualsiasi desiderio, con qualsiasi cosa ti disturbi.
Ad esempio, un desiderio sessuale insorge dentro di te: puoi muoverti verso l'oggetto di quel desiderio, ma in questo modo ne sarai tanto più disturbato, quanto più ti allontanerai dal tuo centro.

Viceversa, più ti avvicini al tuo centro, meno ne sarai disturbato.
In ogni ciclone esiste sempre un centro che è indisturbato, nessun ciclone può esistere senza un centro silente. I cicloni della collera, del sesso, di qualsiasi desiderio... neppure loro possono esistere senza qualcosa all'interno che sia immoto.

Questa tecnica non parla di reprimere, in quel caso peggioreresti le cose: se è presente la collera, e tu ti sforzi di reprimerla, avrai un disturbo maggiore.
Viceversa, quando la collera è presente, chiudi le porte di casa, medita su di essa, lasciala esistere.

E tu resta dentro di te, indisturbato, senza affatto reprimerla e senza necessariamente esprimerla.
Allora conoscerai il tuo centro e metterai radici in esso: questo farà di te il padrone di te stesso.
Altrimenti resterai uno schiavo, e non di un solo padrone: ogni cosa ti dominerà e ti spingerà in direzioni e in dimensioni diverse, e non sarai mai integro, e per questo vivrai nell'angoscia.


Solo chi è padrone di se stesso può trascendere l'angoscia.
OSHO



Rè Interiore: Quando un desiderio ti afferra...